FACCIA A TERRA - Come è nata

Era la fine di gennaio 2014, la breve tregua stava volgendo al termine ed i segnali che iniziavano ad arrivarmi dal mio corpo erano sempre più chiari ed espliciti. Le auree epilettiche avevano ripreso in intensità e vigore e cosi anche i mal di testa. La paura che l’effetto della immunoterapia stesse già terminando aumentava e allo stesso tempo cresceva in me la rabbia di vedere nuovamente i miei sogni e la mia voglia di rinascita infranti e distrutti come un castello di sabbia investito dalle onde del mare. Fù solo una questione di giorni finchè una mattina, al risveglio, una macchia appannate mi offuscò la vista nella parte centrale dell’occhio sinistro.
Il mio gesto istintivo fu di sfregarmi gli occhi pensando fosse una di quelle macchie che si hanno appena svegli. Ma non fu sufficiente, la macchia offuscata non sparì. Quel giorno ero in partenza per Genova per lavoro, una trasferta di 3 giorni nella città ligure. Durante il viaggio da Lodi a Genova continuai a tenere sotto controllo la macchia. Guardavo le targhe delle auto che mi stavano davanti coprendomi l’occhio destro e non riuscivo a distinguere le lettere e i numeri delle targhe che si trovavano dietro alla macchia.
Una volta arrivato a Genova la giornata di lavoro mi distolse dal pensiero finchè non arrivò sera e la rabbia tornò a crescere. Stavo camminando sul lungomare di Genova, conscio ormai che la tregua era finita e alla rabbia si unì la paura. Mi ritrovai a piangere mentre, solo, camminavo e iniziai a ripetere nella mia mente “No, no, no, un’altra volta no…”. Ma non volevo permettere alla paura di farmi schiacciare quindi presi un bel respiro per smettere di piangere e ricomincia a camminare. Nella mia mente continuavo a ripetermi il “No, no, no….” a cui poi aggiunsi ‘non mi faccio buttare faccia a terra, non ci voglio andare”. A furia di ripetermelo nella mente il pensiero prese un ritmo musicale, mi ritrovai a dirlo a bassa voce finchè non realizzai che potesse essere un pezzo di una nuova canzone. Presi il cellulare e lo registrai.
Tornato in albergo iniziai a scrivere alcune delle strofe pensando allo stesso tempo a come gestire la situazione. Decisi di non dir nulla a nessuno, di aspettare il giorno dopo sperando, o forse dovrei dire sognando, di svegliarmi senza più quella macchia e senza più i mal di testa. Cosi non fù, e la sera dopo mi ritrovai a scrivere i primi versi di THE RAGE AND THE FOG, ma questa è un’altra storia e ne leggerete il seguito fra alcune settimane.